sabato 24 novembre 2018

Sabato 24 novembre 2018 

Carissima S. e blog.
                            .... strade polverose e sconnesse;  carretti che avanzavano lentamente, trainati da cavalli stanchi; Eugenio, il carrettiere, col suo carretto trainato dal suo cavallo, veniva dalle valli dove aveva caricato la " torba", raccolta nelle torbiere ai piedi di Arquà Petrarca.
Questo primitivo combustibile veniva portato nei magazzini, dove veniva trasformato in mattonelle, che alimentavano il fuoco delle stufe e dei forni delle case e delle botteghe della città. Eugenio cominciava la sua giornata, alzandosi allo spuntare dell'alba. La prima cosa che faceva era quella di strigliare il suo ronzino; lo dissetava e gli dava il fieno; caricava la biada sul carro che gli serviva per il viaggio; si metteva un pezzo di pane nero nella tasca rattoppata della giacca e iniziava il suo lungo giorno di lavoro che terminava all'imbrunire. Quando il sole cominciava a calare dietro i colli, ritornava verso casa. La città brulicava di gente, artigiani commercianti, avventori, ragazzini che passavano il pomeriggio a giocare in piazza e sul ponte della pescheria e lungo la piccola salitella del vecchio ponte fatto a dorso di mulo, che univa le due sponde del canale "Bisatto", un piccolo ostacolo che faceva rallentare i carri e il passo ai viandanti, punto naturale di osservazione di carri e persone che venivano in paese, dalla valle.Era uno dei giochi preferiti dai ragazzini, attendere l'arrivo dei carretti e salire con un salto sul bordo del carro. si attaccavano alle sponde del carro e si facevano scarrozzare seduti dietro, per poi ridiscendere, quando arrivava in cima al ponte, divertendosi alle grida e alle frustate del conducente al povero cavallo. Il carrettiere che non gridava mai era Eugenio, per questo nella mia mente è rimasto il ricordo del suo sorriso, del suo cappello scuro e del sigaro che perennemente aveva tra le labbra. Durante l’inverno, la strada bianca che veniva dalle valli verso la città, era piena di buche e l’acqua, d'inverno quelle buche si ghiacciavano. Per i ragazzi era un divertimento guardare le ruote dei carri quando vi passavano sopra, perché  dal rumore del ghiaccio che si rompeva, significava se era o non era abbastanza solido,  perr chiedere ai loro papà di mettere i chiodi ( le “brocche” ) sotto gli zoccoli per andare a scivolare (issegare) sui fossi ghiacciati, con l'accorgimento prima  di entrarci  di saggiare la loro portata, gettando con forza dei sassi dentro, che se non rompevano la crosta ghiacciata, voleva dire che si poteva tranquillamente andare a “issegare”.
In estate, un altro gioco che  si faceva a quei tempi, ma che poi non era proprio un gioco, era quello di attendere l'arrivo delle donne che provenivano dai campi delle valli o da Arquà, cariche di cesti di ciliegie, fichi, mele, giuggiole, uva,  tutti frutti di stagione, vestite di nero, con sottane lunghe, zoccoli e un fazzoletto in testa, sempre di colore scuro, esse arrivavano cariche e curve dalla fatica, perché avevano sulle spalle un arco di legno, con alle due estremità due uncini, un attrezzo chiamato "bigoo"; dove ai due uncini erano attaccati i cesti della frutta coperti da tovaglioli., perché non prendessero la polvere e presentarli sani e belli puliti al mercato.  I ragazzi avevano inventato una delle loro monellerie che faceva divertire, aumentare in destrezza e mangiare qualche buon frutto. Questa furberia si faceva in due, si andava incontro alla donna che avanzava, stanca sulla via e  si piazzavano uno da un lato e uno dall'altro. Mentre un compagno salutava  la donna per distrarla, lei si girava verso di lui, l'altro alzava il fazzoletto e prendeva la frutta dal cesto e poi via di corsa a cercare un luogo tranquillo, dove sudati, tremanti e senza fiato, seduti sugli scalini dell’argine del canale si consumava il frutto proibito.



Buio al mattino 
e buio alla sera,
accompagnavano la giornata
di lavoro dei carrettieri,
una faticaccia vera.
Venivano dalla valle 
che portava ad Arqua Petrarca,
con il carro riempito di torba,
il combustibile usato allora per riscaldare, 
con una sola fermata per bere e riposare,
perché la strada era in salita,
prima di arrivare, da cavallo e carrettiere,
 all'osteria, la meta ambita.
L'ostacolo più grande era
oltrepassare il ponte sul fiume - canale Bisatto,
dove oltre alla fatica, trovava il ladruncolo
che gli rubava un pezzo di torba
saltando sul carro furtivo come un gatto.




venerdì 23 novembre 2018

Venerdì 23 novembre 2018

Carissima S, e blog.
                                per i ragazzi della Città della Rocca, la scuola, la chiesa, i cinema, erano i luoghi più importanti del dopoguerra. La vecchia Scuola Elementare Vittorio Emanuele è ben salda in piedi. Essa durante la guerra è stata adibita ad Ospedale militare, nel dopoguerra ha accolto gli sfollati del Polesine, che si sono salvati dall'alluvione del Po, ma sopratutto, nelle sue grandi aule,  ha udito il vociare di tante generazioni di scolari e di molti maestri, che in  quegli anni potevano dare qualche tirata d'orecchi ai più monelli, ciò che ora se si azzardano a farlo si prendono delle legnate dai genitori dei bambini. La Chiese, in particolare San Paolo e il Duomo Vecchio ( la Pieve di Santa Giustina) aveva i suoi preti, le canoniche, con i campanari che facevano suonare le campane, con le quali i chierichetti si divertivano....Anche la bella Chiesa di San Martino, che era la Chiesa delle cerimonie funebri, aveva la sua canonica e il relativo campanaro, mentre le altre numerose chiesette della città, erano per lo più aperte per le sagre di quartiere, ma anche lì, non di rado, c'erano dei poveri cristi, che ne avevano fatto le loro dimore e le sorvegliavano. Un paio di chiese in particolare: la Chiesa di San Biagio e San Luigi, sono diventate per lungo tempo dei cinema , in quella di San Biagio c'era il cinema Italia e in quella di San Luigi il cinema Corallo, mentre gli altri cinema - teatro erano il Cinema Roma e poi il Cinema Astoria. Purtroppo da  molti decenni la città non ha più né un cinema, né un teatro, nonostante ci siano molti appassionati cinefili e alcune compagnie di teatro, che entrami sono costretti a recarsi nei paesi vicini, che anche se hanno pochi abitanti hanno la loro sala per fare le loro belle serate di teatro. Invece le nostre chiese o sono chiuse, o vengono usate per qualche concerto una tantum, mentre la Chiesetta di San Biagio e divenuta sede della Biblioteca Comunale.

Buona giornata!


Le scuole elementari Vittorio Emanuele
da generazioni  sono sempre quelle
come lo è la casa di riposo, mentre
sono scomparse e trasformati altri siti
come  "Briseghello" , il luogo odoroso
dove ghiaccio e camomilla si fabbricava
e profumati odori emanava
Ricordo anche la vecchia Pretura,
la famiglia "Stainer" con la casa scura,
il forno a legna
che del suo pane l’aria era pregna,
c’è ancora il campo di calcio
con l’odore del primo sfalcio,
invece non c’è più la caserma dei pompieri,
coi rossi camion e i cappelli neri,
l'ufficio di collocamento
con il lavoro a esaurimento,
il mobilificio di "Toso",
l'osteria alla Pretura con il suo antro fumoso
dei sigari aspirati dai poveri vecchi,
con gli sguardi assorti e quasi biechi,
appoggiati ai neri tavoli di legno
col vino nei bicchieri,
c’era il comando dei "Carabinieri"
del quale andavamo fieri.
Tanti ricordi lasciati
al loro destino in declino,
come il vecchio patronato san Sabino.




giovedì 22 novembre 2018

Giovedì 22 novembre 2018

Carissima S,e blog.
                               
                       .......fuori le mura della città di Monselice, scorre il fiume Bisatto, che nasce nel Lago di Fimon nel territorio di Vicenza. Il fiume è sempre stato ricco di pesci, in particolare del pesce gatto (barbon), ma molto ricco anche di carpe, raine, tinche, girasoli e piccoli pesci (pessaree), bisatti, gamberi, nei mesi invernali si pescavano anche lucci. Il fiume rilasciava le sue acque anche nei fossi che servivano per irrigare i campi e in questi si pescavano le rane. C’erano molti pescatori che pescavano per diletto e organizzavano anche delle gare  di pesca sportiva. Il fiume però era, per i pescatori di professione, come gli uomini della famiglia Piva (ciaciarete) una fonte di guadagno. Essi partivano prima dell’alba con le loro barche e si facevano luce con i fanali alimentati a carburo. A metà mattina ritornavano con il pescato, che riempivano delle cassette, che caricavano sulle loro biciclette e giravano per il paese al grido: ‘ done riva el pessaro....pesse done...’. D’estate sudavano e d’inverno giravano coperti di una giacca senza tabarro. Nella bella pescheria vicino al Ponte, appunto chiamato Ponte della pescheria, c’erano i pescivendoli che commerciavano il pesce  di mare. Nel dopoguerra, essi partivano con le barche all’alba e si recavano, navigando sul canale Battaglia e sul Vigenzone e su altri canali, a Chioggia per andare al mercato del pesce di quella rinomata località del mare Adriatico. Negli anni 50 il progresso ha cambiato il modo di viaggiare, chi con la moto, chi con la macchina e i furgoncini, la merce, anche il pesce, veniva procurata con questi mezzi, più veloci delle barche, che naturalmente non sono state più usate.



Te me si cara
Come ‘na perla rara
Mosselese de antico vestia
In ogni strada e in ogni via
E quando ca passo
‘Ndando a spasso
Revedo la storia
Ca la me torna in memoria
De la to zente
Dei visi e dei nomi
Dei siori e dei poareti
Parchè ‘na volta
Tuti se conosseva
E ne le strade se viveva
Da quando se nasseva
Fin quando la morte vegneva
Insieme se sé godeva
Se magnava e se beveva
Se barufava e se pianseva
Se se jutava e se sé voleva ben
Nei momenti bei e in te queli bruti
Pa i matrimoni e pa i luti.









mercoledì 21 novembre 2018

Mercoledì 21 novembre 2018

Carissima S. e blog.
                                 
                                In un tempo ormai lontano, la ricchezza, la casa, il benessere erano raccontati come fiabe, tramandate e ascoltate nelle stalle, alla radio, nei cinema e nelle commedie. Così le fiabe della vita sono state assimilate, desiderate, sognate. Sogni che hanno accompagnato il vissuto nei tristi passaggi del tempo di guerra e del dopoguerra. Anni di miseria nera, che hanno indotto a cercare, di fare divenire le fiabe una realtà. Per questo motivo, le fiabe hanno spinto ad emigrare in cerca di un lavoro, che permettesse di migliorare la vita e di trasformare le fiabe e i sogni in realtà.  Per una trentina di anni, Interi paesi della nostra bella Italia si sono spopolati, i campi sono stati abbandonati, perché la terra non bastava per vivere. È iniziato l’esodo dalle campagne alla ricerca del benessere nelle città del Nord Italia e all’estero. Intere famiglie sono andate verso le fabbriche del Settentrione, dove era iniziata una nuova era, quella industriale. Anche gli abitanti di Monselice, pur essendo nel Nord, pur essendo rimasti legati alla campagna, perché la politica di allora, faceva fatica ad accettare l’era industriale, non si sono sottratti alla lusinga e al miraggio dei soldi che potevano guadagnare nelle fabbriche della Lombardia e del Piemonte. Milano e Torino, hanno accolto molti Monselicensi  e tanti Veneti, oltre che gli abitanti del Meridione d’Italia. Molti altri giovani, compresi quelli di Monselice, si sono anche imbarcati al Porto di Genova, per raggiungere i parenti emigrati ancora nell’800 nelle Americhe e in Australia. Questi sono i motivi della decadenza monselicense, che invece di una città, dotata di  strade e  di una ferrovia importanti, invece di accogliere l’industria, si è ancorata alla terra, rimanendo così un grosso paesotto di campagna.
    La città  di Monselice era piena di artigiani e commercianti, il mercato del lunedì e il mezzo mercato del venerdì, erano molto fiorenti, frequentati anche da affaristi che venivano da altre città. Approfittavano dell’importante stazione ferroviaria,  personaggi di ogni tipo, che facevano affari con i contadini che venivano dalla campagna circostante a vendere i loro prodotti in città, per poi spendere il denaro nelle numerose botteghe del centro storico. A quel tempo la città, attraverso la saggezza contadina, aveva un Municipio ben amministrato da Sindaci, che erano ben disposti nei riguardi dei contadini. Tutti i Sindaci che si sono succeduti in quelli anni, non hanno mai avuto problemi di denaro, perché incamerava buoni introiti, attraverso  le tasse e l’Ufficio del Dazio. Per questo motivo in città c’erano gli Uffici Imposte e Tasse,  Catasto e Registro, la Stazione dei Carabinieri, della Finanza e le Guardie Comunali. Monselice era dunque una città appetibile per tutto il mondo che aveva a che fare con l’Agricoltura, che veniva in città, si fermava e spendeva, non di rado alcuni acquistavano  anche casa e risiedevano stabilmente, perché la città, offriva scuole superiori per i loro figli, era dotata di servizi, quali Ospedale, Energia Elettrica e Telefono Pubblico, con la ferrovia e un crocevia di importanti strade che il forestiero poteva andare dappertutto. Naturalmente , dove c'era movimento di persone, c’erano alberghi, locande, trattorie, osterie, cinema, sale da ballo e quant'altro, per rallegrare il loro soggiorno in città.



Te me si cara
Come ‘na perla rara
Mosselese de antico vestia
In ogni strada e in ogni via
E quando ca passo
Ndando a spasso
Revedo la storia
Che la me torna in memoria
De la to zente
Dei visi e dei nomi
Dei siori e dei poareti
Parchè na volta
Tuti se conosseva
E ne le strade se viveva
Da quando se nasseva
Fin quando la morte vegneva
Insieme se sé godeva
Se magnava e se beveva
Se barufava e se pianseva
Se se iutava e se sé voleva ben
Nei momenti bei e in te queli bruti
Né i matrimoni e né i luti.

martedì 20 novembre 2018

Martedì 20 novembre 2018 

Carissima S. e blog.
                               
                                    di qua del Ponte della Pescheria, c’era il Cinema Roma, gli alberghi Cavallino e Stella d’Italia, in Isola(oggi Piazza XX Settembre) c’era la SADE la Società per l’energia Elettrica, la Tipografia Burchiellaro, la bella Riviera Belzoni con il Palazzo delle Due Scale, dove ha soggiornato il grande Egittologo  G.B. Belzoni, Villa Pisani e la via continuava per la Stazione Ferroviaria. La mia  Parrocchia di appartenenza era  al Duomo Vecchio o di Santa Giustina, dove c’era la Canonica dell’Abate Mitrato, ma la gente frequentava la Chiesa di San Paolo., perché era alle pendici del Colle della Rocca. La chiese di San Paolo era molto bella e aveva un grande organo, che per farlo funzionare si doveva pressare sul mantice, a questo servizio andavao spesso anche io e i miei compagni, l’organo era suonato dal maestro Egidio  Nardin. Ricordo che per salire all’organo dovevo scalare una scala molto ripida e attraversare una lunga sala, stretta e buia, dove c’erano tutte le insegne delle varie Confraternite, le vesti dei Cappati e alcune erano poste su dei manichini che mi facevano una gran paura, pertanto, la attraversavo di corsa per arrivare in fretta dove  c’era l’organo che c’era un po più di luce. Nella chiesa di san Paolo, si svolgevano molte Messe, ma  le cerimonie religiose importanti, come i Pontificali, si facevano al Duomo Vecchio. All’epoca tutta la vita religiosa della città e dei suoi fedeli cristiani, ruotava attorno a una parrocchia sola. La chiesa di san Paolo era la chiesa delle funzioni giornaliere, il Duomo vecchio era riservato alle funzioni domenicali e alle prediche durante il Tempo di Avvento e di Quaresima. Tra le chiese di Monselice, la chiesa di san Martino era la chiesa sempre aperta per i funerali,  mentre tutte le altre chiese  della città, come la chiesetta della Madonna del Carmine, san Biagio, san Tomìo o san Tommaso, san Luigi erano aperte durante le  feste dedicate al patrono della chiesa, con le rispettive sagre, esse venivano aperte un paio di volte all’anno. La mia gioia più grande era partecipare alle celebrazioni liturgiche, in particolare i Pontificali, nei quali potevo indossare la veste viola, che don Ioanon (don Giovanni Prosdocimi) ha fatto fare per i suoi chierichetti, io la portavo con orgoglio nella grande aula del Duomo Vecchio ( la Pieve di santa Giustina del 1200)
Poi, durante l’anno, in ogni tempo stabilito, andavo con il sacrestano (Rino campanaro) alla questua nelle famiglie della città e nelle vicine campagne. Spingevo  con fatica, un carretto che aveva le ruote ricoperte di uno strato di metallo,  per fortuna dopo qualche anno sono state messe delle ruote di gomma. Nel carretto i contadini donavano i prodotti dei loro campi, per il sostentamento del sacrestano, dei preti e della chiesa.


EL CINEMA TEATRO ROMA

Verso la fine dela
Seconda guera mondiale
Da “Pipo”
te sì sta bonbardà
Dopo pochi ani
I te ga ricostruìo
Pì belo de’ prima
E te ne ghe divertìo
‘Ncora par tanti ani
D’inverno te ne ghe scaldà
Nela sala dentro
E fora al cinema al’aperto
D’istà rinfrescà
Co’ l’arivo dela television
Pian pianelo te sì restà sensa paron
E lassà ‘ndare bandonà
sensa nessun de’ tì se  ga interassà
Calche ano fa
Co quatro colpi de’ ruspa
I te ga tirà zò
Noialtri vecioti a se ghemo trovà
Davanti de’ tì a darte l’adio
Alsando i goti co on brindisi
Sperando che magari pì picoleto
Te possi rinassare par devertirne
Ncora par calche aneto.
Nel dopoguera xe stà verto
Aanca un dacncing, na parola mericana
Par dire na sala da balo,
el se ciamava Novalba dancing.
Qua vegneva xente da tuti i paesi
A baare el Rock and Roll, ma che
Mi me piaseva ciamarlo Bughi Bughi,
A gero putyelo e no podeva  ndare drento
E me piaseva spiare e scoltare a musica.
Un co el se ciama Cavalin,
Dal nome dell’albergo, dove i bala ncora.







lunedì 19 novembre 2018

Lunedì 19 novembre 2018 

Carissima S. e blog.
                                 dal mio libro DIARIO IN VIOLA:
                                   
Altro tempo è passato e sono diventato più grande. Il cinema - teatro Roma è stato ricostruito ed ha ripreso a proiettare  film e a fare teatro di varietà. Io, al sabato e alla domenica, ho preso il posto dell’amico Gianni a vendere caramelle e bagigi al cinema, durante gli intervalli tra un tempo e l’altro delle proiezioni. Con questo lavoretto, guadagnavo qualcosa e potevo vedere i film gratuitamente, inoltre, prendevo anche qualche mancetta perché aiutavo la Gemma e Togna nelle pulizie del cinema, ed esse mi davano dei grossi cartocci di mozziconi di sigaretta, con i quali mio padre si faceva il tabacco per le sigarette.
Con le mance cominciai  a collezionare figurine e biglie ( pallinefatte con l’ argilla, preferibilmente di colore viola, che riponevo nella mia scatola di latta, dove tenevo tutti miei piccoli preziosi segreti, come la fionda, il querceto (tappo) con la fotografia di Gino Bartali per giocare al giro d’Italia con gli amici, un piccolo temperino e dei francobolli che trovavo attaccate alle buste che mamma portava a casa dagli uffici dove faceva le pulizie. Dentro alla scatola conservavo sempre, anche il guanto viola di Franz.


Forestiero
Che vieni da lontano
Quando i tuoi occhi vedono
Una collina
Con alla sommità
un torrione
A mezza costa
sette chiesette
Più giù
una chiesa antica
dei bei palazzi
un castello
e molte chiese e campanili
Fermati!
Sei arrivato a Monselice
la mia bella città.

.

domenica 18 novembre 2018

Domenica 18 novembre 2018 

Carissima S. e blog. 
                                   Il 25 aprile 1945,  gli alleati americani e inglesi, sbarcarono in Italia e ci fu la liberazione, finalmente la guerra era finita. Nei giorni seguenti, a Monselice, dalla strada rovigana, cominciavano ad arrivare le lunghe colonne di soldati americani e inglesi. Nel centro della città, furono accolti  trionfalmente dalle autorità e dalla popolazione festante. I soldati piantarono le tende in piazza Ossicella, e io e i miei amici abbiamo incominciato ad andare da loro, e chiedere gallette, cioccolato e latte in polvere. La libertà, è il bene  più  prezioso, al quale ogni essere umano aspira, è con questo inestimabile valore, che gli alleati ci hanno ridato la vita e liberato la mia Monselice dal nemico. Subito dopo alcuni giorni, vengono riaperti negozi e attività artigianali. Vengono rimosse le macerie, anche quelle del cinema Roma. I resti dei soldati tedeschi ritrovati, furono portati al cimitero locale; in seguito, all’esterno della sue mura furono apposte delle croci bianche con i nomi dei soldati tedeschi uccisi durante il bombardamento.


UN POSTO MAGICO

Par noialtri toseti
Senpre  pieni de fantasia
Ghe ne jera uno par via
Dei posti sconti e maledeti
Dove se rifujavimo
Par contarse e par zugare
Uno el jera el marmo de altare
Nel canton tra le do scalinà
Del municipio e de la cesa
De san Paolo magico posto
Par i piassaroti e par queli
De le vie intorno bruti e beli
Che tuti lo voleva ad ogni costo
E fasevimo
Barufe e bote da orbi
Se davimo
Anca se jerimo grandi come sgorbi
A ghe la metevimo tuta
Par darsele de santa razon
E tornare a casa de scondon
Tuti roti e sgrafà
E ciapare el resto dai nostra popà.